Svegliarsi a Parigi, dalla principessa Soraya

PARTE 11

Soraya è ben comoda nel suo salotto. Le faccio compagnia sperando di capire quale sia la lezione da questo nuovo incontro.

“Passiamo la maggior parte del tempo in giornate tutte uguali. La routine colpisce tutti, volenti e nolenti. Tutti tranne me”.

 

La principessa Soraya si versa una tazza di tè fumante e la avvicina al viso. Una nebbia densa di infinitesimali goccioline umide sale su dal liquido mentolato. Soffia, sporgendo le labbra superiori e abbassando le palpebre, con uno sguardo obliquo fisso in un vuoto non meglio identificato alla sua destra. Le ciglia sono talmente lunghe che ogni spostamento dell’occhio sembra telecomandato, come se dovesse muoverle con cautela; sembrano la ruota aperta di un pavone che procede dolcemente per non farti perdere nemmeno un secondo del suo incedere languido, e anche perché un’armatura così imponente richiede molta cautela.

Il discorso sulla routine stride con tutto il resto del suo viso, tanto speciale e unico.

“Il mio tran-tran è molto anestetizzato”, confesso.

“Ti invidio”.

Io, che mi ero sporta dalla poltrona del suo stupendo salotto al 46 di Avenue Montaigne per agguantare il mio tè, rimango con mezza gamba nel vuoto per fermarmi a guardarla incredula.

Reza e Soraya
Mohammad Reza, Scià dell’Iran, con la Regina Soraya, il giorno del matrimonio nel 1951. Il vestito Dior è stato poi valutato 1,2 milioni di dollari
Credits: Wikimedia Commons

Sorride maliarda.

“Sarò pure stata imperatrice di Persia e sarò pure la regina del jet-set, ma un po’ di routine emotiva non mi dispiacerebbe per niente. Non che le mie giornate siano folli di avventure epiche. Per lo meno, non di quelle che potresti immaginare. La mia avventura quotidiana è appoggiare la testa sul cuscino e pensare al passato prima di addormentarmi, e riuscire ad addormentarmi. È un gioco veramente pericoloso. Oppure, andare allo specchio e guardare il riflesso della mia storia. O anche aprire un libro e ritrovare nei personaggi la bella storia d’amore con il mio principe, sbiadita dal tempo e insieme amplificata dalla memoria. E continuare a guardarmi allo specchio e a leggere libri. La mia avventura quotidiana è la tristezza. Eppure, le sono grata. Mi aiuta a mettere tutto in prospettiva, mi rende più felice”.

Non posso impedirmi di pensare a come si concludono tutte le storie di principesse, e dirmi che c’è qualcosa che non va.

Scià e Soraya
Soraya e lo Scià di Persia in vacanza a Roma
Fonte: http://www.hola.com/realeza/galeria/2003040724198/casasreales/noticias/casasreales/soraya/1/

“Ci sono tanti modi in cui si può confutare la legittimità del mantra: ‘E vissero per sempre felici e contenti’”, le dico. “Ma l’ultimo che mi sarei aspettata è che non sia la felicità a portare la felicità, ma la tristezza a rendere felici. Soprattutto a una principessa”.

Pausa ad effetto, che spero che a un’attrice come lei faccia piacere. “Qual è il contrario di tautologia?”

Esita, ma risponde: “Contraddizione”.

Lancio uno sguardo di sfida, pregando di non dover argomentare oltre. Alzo le spalle, arriccio le labbra e tuffo lo sguardo nella tazza che svuoto in un attimo, bruciandomi la lingua pur di non sostenere quegli occhi verdi smeraldo. Parlare di contraddizione è più facile che contraddire chi hai davanti a te. Al solito, la buona vecchia teoria offre un caldo rifugio (bollente in questo caso) a chi ha paura della pratica.

“Non posso negare che la mia tristezza sia nata da un evento negativo. Che dico, da più eventi negativi. Insomma, sono oggettivamente sfortunata e abbastanza fortunata da non potermi lamentare. Il che è una nuova sfortuna, se ci rifletti bene”.

Scià e Soraya Roma
Lo Scià con Soraya ancora a Roma
Fonte: http://images.persianblog.ir/305930_PtgNK9K6.jpg

La pausa è solo per riprendere fiato: “Io semplicemente non ho maschere. Sono la principessa triste perché davanti all’umiliazione non ho avuto paura di mostrarmi umiliata. Davanti alla morte non ho avuto paura di soffrire. La tristezza è parte di me, ma non è quello che mi ucciderà. Mi ucciderebbe solo se non volessi che fosse parte di me”.

Non mi sembra comunque una prospettiva molto allettante, vivere con la tristezza.

“Lo so, sei scettica. Ma pensaci: quante volte in un giorno pensi a un tuo vecchio amore, a una nipotina che hai visto crescere, a un futuro che avresti potuto avere se solo quel giorno avessi fatto un’altra scelta. Quante volte ti sei trovata in cucina, a tagliare delle cipolle e ad essere contenta che queste ti facessero piangere, per avere una buona scusa? La tristezza è nel nostro quotidiano molto più della felicità, e le è funzionale: crea le basi perché la gioia sia più profonda, quando arriva o quando la crei”.

“La tristezza è come un bagno nell’acqua gelata. Sai che sarà sgradevole e devi uscirne prima di avere i crampi, ma la sensazione di calore e di vitalità subito successiva è impagabile: nessuna doccia calda può sopportare il paragone. La tristezza è per i coraggiosi”.

Edvard Munch - Notte d'estate, Inger sulla spiaggia
Edvard Munch – Notte d’estate, Inger sulla spiaggia (1889)
Credits: Wikimedia Commons

[Rendez-vous lunedì prossimo per la Parte 12, e lunedì scorso per la Parte 10]