Svegliarsi a Parigi, al 46 di Avenue Montaigne

PARTE 10

Mentre leggi, puoi provare a tenere QUESTA CANZONE di sottofondo

Il mio unico obiettivo ora è arrivare alla fine di questa strada. Sento che è giunto quel fatidico momento, tipico dei viaggi più difficili, in cui ti poni tante, troppe, domande sul “perché”. Insomma, chi me l’ha fatto fare di arrivare fino qui attraversando più di due secoli di storia per, in fondo, esserne semplicemente una spettatrice? Sto assistendo alla vita degli altri, e più mi riempiono delle loro storie, più mi sento svuotata. È davvero paradossale, ma è esattamente così.

Devo parlare con qualcuno. Devo parlare di me. Devo attaccare bottone. I cagnolini di questa signora sono perfetti. Gli animali di solito offrono un’ottimo pretesto per approcciare uno sconosciuto. Gli animali e i bambini. Come se la loro ingenuità disarmante fosse un pretesto per ritrovare la nostra. E io ho un estremo bisogno di trovare qualcosa di mio. Mi avvicino a questa signora e ai suoi West Highland terrier bianchi.

West Highland terrier
Credits: Lucie Tylová, Westik.cz (Wikimedia Commons)

“Ciao cagnolini!”

La donna che li accompagna si arresta nella sua malinconica marcia. Si volta piano, rassegnata, come se già sapesse che la attende per lo meno qualche frase di circostanza, senza che però ciò le dia troppo fastidio. Io mi accovaccio per cominciare la danza di conquista dei due quadrupedi, che a dire il vero non pone nessuna difficoltà. La guardo dal basso in su. Due pietre al posto degli occhi. Non due pietre fredde e vuote come il granito o la roccia: vedo della giada, trasparente, viva e ipnotica, che mi lascia a bocca aperta come tutte le pietre dietro le quali scorgi lo scintillio della vita. Per fortuna, la morbidezza dei movimenti e il sorriso benevolo mi scrollano dall’incanto, mi sento abbastanza a mio agio per poter azzardare qualche parola in più e tastare il terreno. La malìa ad ogni modo persiste, perché l’unica frase che riesco a pronunciare è: “Che occhi meravigliosi!”

Soraya
Credits: SAKO (Wikimedia Commons)

Sorride timida ma non stupita. L’arcata del sopracciglio è talmente perfetta che riesce da sola a mettere in risalto il resto del viso, irresistibilmente espressivo. Scorgo un brillìo nella pupilla. La giada si gonfia, il bulbo dell’occhio diventa un grandissimo faro luccicante. Una grossa lacrima scende giù nell’incavo del naso, prima velocissima e poi lentissima, riversandosi nel primo avvallamento disponibile. Il resto del viso è rimasto statuario e immobile. Non abbassa il collo per nascondersi né cerca scuse per svicolare il dialogo.

“Come mai piangi?”

Come? Piangere? Io?

Accidenti è vero. Mi tocco gli occhi con il dorso della mano. Sto piangendo. Mentre la grossa goccia di rugiada tagliava le sue gote perfette, nel mio stomaco è cresciuto un magone talmente acuto da trasformarsi direttamente in lacrime, senza passare dal cervello.

“Gentile signora, sono molto stanca. Ho sperimentato inadeguatezza e timore reverenziale, a dei livelli che mai prima era successo. Mi sento piccola, piccolissima. Ho intrapreso un cammino che rimpiango di aver iniziato. Non so se lo voglio finire. Anzi, vorrei che finisca alla svelta. Voglio smettere di sentire le vite degli altri nella mia testa, con un continuo e frustrante paragone. Vorrei essere già arrivata. Questa strada sta lacerando il mio amor proprio”.

In quel momento, una folata di vento mi sbatte contro il piede una pagina di giornale. Lo prendo con una mano senza smettere di fissare la donna dagli occhi di giada, lo fermo affinché non disturbi la riflessione in cui la vedo assorta dopo le mie parole.

Soraya
Credits: Autore sconosciuto (Wikimedia Commons)

“Cara ragazza, sono forse la persona peggiore per aiutare qualcuno che si senta inadeguato. Sono stata ripudiata dal mio stesso marito, visto che non potevo avere figli, e davanti al mondo intero. Questo, dopo che mi aveva proposto di sposare un’altra donna solo perché gli desse l’agognata prole. All’epoca si usava nel paese da dove vengo io, per gli uomini del rango da cui viene lui. Oh no, no. Il solo parlarne bruciava il mio orgoglio e le mie convinzioni. Sono vissuta in Europa per anni, non potevo cedere a questi, che altro non erano che sotterfugi legittimati dal beneplacito reale. Da allora, sono praticamente in esilio, mia cara, lontano dal mio paese ma fortunatamente vicino alla mia esuberante Parigi”.

Shah e Soraya
Credits: Autore sconosciuto (Wikimedia Commons)

Sono piuttosto irritata per aver trovato ancora sul cammino una persona straordinaria, perché per una volta tanto avrei voluto esserlo io. Però mi dico che potrei rovesciare la situazione in mio favore.

“Cara dolce signora, in realtà tutto questo fa di lei la persona migliore per aiutarmi. Non vorrebbe nemmeno provarci?”

Forse l’ho convinta a concedermi due chiacchiere e qualche consiglio.

“Salga da me, ne parliamo coccolando queste due bestioline. Ah, quante poche domande che si pongono loro. E quanto bene stanno!”

Mi fa strada, la seguo. Un attimo prima di girare nel suo portone, al numero 46 di Avenue Montaigne, ricordo di avere il giornale in mano. Leggo la data: è il 25 ottobre 2001.

Soraya
L’imperatrice d’Iran, Soraya
(Credits: Marie Madeleine Gérard, Wikimedia Commons)

[Rendez-vous lunedì prossimo per la Parte 11, e lunedì scorso per la Parte 9]