Svegliarsi a Parigi, alla boutique Dior

PARTE 8

 

Dior Yves Saint Laurent
Modelling Yves Saint Laurent’s first collection for Christian Dior, 1958 (Credits: Kristine; Flikr)

“Questo tè è davvero buono, cara!”

“Sì, mamma, e questi dolcetti, sublimi!”

Marlene sorride e continua a sorseggiare. Di fronte a me un amico, una madre e una figlia. Ma per queste due i ruoli mi paiono interscambiabili.

“Cara ragazza, ci dica di lei: da dove viene? E dove è diretta?”

“Io? Mi chiamo Laura, mi sto informando sulla storia di questa strada, Avenue Montaigne. Scrivo sul blog… ehm, la rivista del nostro caro amico in comune”.

“Oh, questo luogo è il mio nido. Anche se mi manca un po’ il Lancaster. Sa, Robert Capa preferiva una stanzetta della servitù lì piuttosto che una suite al Ritz. Mi manca il profumo intenso dei lillà bianchi”.

“Oh, mamma, anche io ricordo bene quel profumo. E il tuo pianoforte, e il divano color malva…”

“Cara Maria, figlia mia, non pensiamo al passato”, ma scoppia in una risata prima di finire la frase. “Ricordi quando sono arrivati quei diavoli dai tratti angelici della Guestapo insieme a quel fanfarone del Ministro degli esteri? Erich era qui e l’ho nascosto in bagno! Non hanno nemmeno avuto la presenza di spirito di guardarsi intorno per cercarlo, inetti! Come biasimarli, gli uomini hanno sempre fatto quello che voglio”.

“Ricordo il signor Remarque, le sue lettere d’amore per te erano un’opera di letteratura, quasi più del suo romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale”.

Il volto della diva si rabbuia. “Anche le mie lettere non erano da meno. Peccato quella strega della sua terza moglie le abbia bruciate”.

Erich Maria Remarque, 1929. (Credits: Aktuelle-Bilder-Centrale, Georg Pahl (Bild 102), Archivio federale tedesco; Wikimedia Commons)

L’angelo blu smorza la memoria con un moto delle palpebre, sfarfallando con le bellissime ciglia, senza risultare civettuola, piuttosto per allontanare un ricordo che dalla mente sta già colando negli occhi, ingrossandoli di acqua salata.

“Che ne pensate di farmi una cortesia? Vorrei restare un po’ con mia figlia, voi nel frattempo potreste passare a ritirare il mio abito Dior nella sua boutique proprio qui sotto”.

Impossibile dire no a Marlene. Che tu sia uomo o donna, a dire il vero. Io e Cristian ci alziamo. Ringrazio le due Maria, Dietrich e Riva, per avermi soccorsa. Un cenno del capo e siamo congedati.

Scendiamo le scale come fosse normalissimo essere mandati da Marlene Dietrich nella boutique Dior negli anni… “Ma in che anno siamo?”

“Lauretta, ho poche certezze, ma so che siamo alla fine degli anni Ottanta, o forse inizio Novanta”. Il taglio degli abiti? Le pettinature? L’architettura?

“Oh, no, ho sentito Sacrifice di Elton Jhon alla radio, so che il suo album Sleeping with the past è di fine anni Ottanta, quindi…”

E il titolo è azzeccatissimo, direi.

Sendiamo le scale, e appena apriamo la porta dell’edificio, un bel portone di vetro, il sole pomeridiano che passa attraverso gli alberi viene spazzato via da una forte folata. Quando soffia il vento mi sento sempre agitata. Un po’ come il caffè, ma senza i sudori freddi e l’ansia da prestazione. Il vento invece ha un profumo di novità. Puoi uscire perfetta, vestita, pettinata, truccata… e poi arriva il vento, a ricordarti che basta poco a scompigliarti e a cambiare le carte in tavole. Ti abitua ad accettarti così, con l’imprevisto sempre dietro l’angolo. Con un po’ di autoironia. Il vento è disincantato, ti fa scendere dal piedistallo.

Dior Avenue Montaigne
Décorations de Noel de la boutique Dior avenue Montaigne à Paris
(Credits: Frédéric BISSON; Wikimedia Commons)

Questo vento in particolare ci fa guardare verso destra. La storica boutique Dior si trova in quella direzione, al numero 30. Sotto alla sua insegna, un clochard, immaginiamo, seduto davanti alla vetrina. Ogni passo che ci avvicina alla boutique, ci avvicina anche alla sera. Ad ogni falcata, il sole scende sempre più. Quando siamo davanti alla boutique, il sole è già calato e la debole illuminazione fa di tutto per permetterci di riconoscere i reciproci visi.

Excusez-nous, Monsieur, la boutique est fermée?”

Il clochard alza lo sguardo, e notiamo che in realtà è vestito molto distintamente. È seduto con le gambe piegate e la schiena appoggiata al vetro. Le braccia sostengono il capo, i gomiti sono appoggiati alle ginocchia. Il volto è pieno di lacrime, esausto dallo sforzo del pianto.

“State scherzando? Proprio a me lo chiedete?”

Ci guardiamo senza sapere se ridere o scusarci.

Il signore seduto continua: “C’est pas vrai, ho lottato contro la mia stessa terra natìa per questa Francia e per questa vita, e ora che mi hanno buttato fuori mandano pure dei passanti a prendermi in giro. No, la boutique è chiusa. Andatevene!”

“Possiamo aiutarla? Come si chiama? Possiamo telefonare a qualcuno?”

“Come mi chiamo? L’affronto continua! Mi chiamo Yves Henri Donat Mathieu, il cognome me lo dovete dire voi, altrimenti sono io che non vi aiuto!”

Io sono più persa che mai, mentre a Cristian si spalancano gli occhi e gli cade la mascella.

“Laura,” bisbiglia, “attenta a quello che dici e lascia parlare me. Hai davanti l’anima di Dior di questi anni!”

“Novanta, giusto?”

“Stai al passo col vento, mia cara. Siamo nel 1960. E tu sei davanti a Yves Saint Laurent”.

Yves Saint Laurent Dior
Yves saint laurent al lavoro per Christian Dior (Credits: Carl Guderian; Wikimedia Commons)

[Rendez-vous lunedì prossimo per la Parte 9, e lunedì scorso per la Parte 7]